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Blog personale e risorse per pazienti del Dott. Marco Paolemili
diari di viaggio
3 settembre 2007
Prologo tragicomico (ma vero) del mio viaggio negli USA

La sorte, mista alla negligenza dell'aeroporto di Fiumicino e dell'Alitalia ce l'hanno messa tutta per farmi odiare l'America. Tutto comincia all'alba del giorno della partenza: fermati dai Carabinieri. Un controllo alla patente e al libretto con i nostri occhi fissi all'orologio che scorre inesorabile. Per fortuna tutto è a posto e i due agenti sbrigano in fretta la faccenda e arriviamo in tempo all'aeroporto. Abbiamo lo scalo a Malpensa come la maggior parte dei viaggiatori che si ostinano a volare con l'Alitalia. La trovata insana giustificata da chissà quale logica politica colpisce anche il personale di volo, che ogni giorno deve raggiungere lo sperduto aeroporto per poi imbarcarsi sui voli che attraversano il mondo. Pensate che spreco di tempo e di denaro, e pensare che è solo una delle voragini del bilancio della compagnia di bandiera italiana.

Visti i minacciosi titoli dei giornali ("Caos a Fiumicino, migliaia di bagagli restano a terra") e memori di trascorse vacanze nelle quali le nostre valigie arrivarono a brandelli, si decide di sigillare il bagaglio con il servizio offerto (a pagamento, 7 euro) da Securebag. La macchina che impacchetta le valigie s'inceppa, lo fa spesso ci dice l'addetto, basta aspettare un po' e ripartirà. Il ragazzo è di parola, la macchina ricomincia a girare e le nostre valigie sono pronte ed assicurate dal furto e dal danneggiamento. Si va al Check-in di corsa, abbiamo perso tempo, fra quaranta minuti parte il nostro volo. Purtroppo quaranta minuti è il tempo massimo per imbarcare bagagli e controllare bilgietti e documenti, non si passa ci dice un ragazzo con aria da fighetto strafottente. Per fortuna non sono tutti come l'abbronzato che, se ci fossero dubbi, ti convince che è ora di chiudere questo carrozzone italico volante. Una signora capisce che abbiamo una coincidenza per Boston e poco tempo da perdere e trova due posti sul volo successivo, che parte poco dopo. E' l'unico lato positivo della transumanza verso Malpensa, per far partire quasi tutte le tratte internazionali da lì, bisogna collegarlo bene almeno con la capitale!
Finalmente si parte, va tutto liscio e per problemi di overbooking veniamo spostati anche in Business class. Non c'è che dire, la differenza è stridente. Vedo dietro di me i poveri dell'economy stipati in poltroncine senza lo spazio nemmeno per stendere i piedi e capisco quale fortuna ci sia capitata. E' la giusta rivincita, pensavo mentre l'hostess mi chiedeva quale vino preferivo bere e cosa mangiare per pranzo, ma l'America mi avrebbe salutato in ben altro modo.

Il questionario ridicolo in cartoncino verde (che ho sbagliato a compilare e meno male che me ne sono accorto in aereo!) e il controllo passaporti degli USA sono leggendari, così per regalarmi qualche emozione in più, il poliziotto con la faccia da pacioccone americano più adatto ad una partita di baseball che a difendere l'America da terroristi e trafficanti, decide bene di non farsi convincere dalle mie risposte e di mandarmi ad un secondo controllo passaporti. Patricia, la mia insegnante d'Inglese, me lo aveva detto: "vedrai che appena arrivato là avrai qualche difficoltà con la lingua, gli Americani non parlano un buon inglese". Non avrei mai pensato però che le incomprensioni potessero arrivare a spedirmi in una stanza gremita di uomini e donne, alcune con burqa, mediorientali. "Adesso che gli dirò che di mestiere faccio il medico, come praticamente tutti i più illustri membri di Al Queda, questi mi mandano a Guantanamo". Tante domande, qualche questionario da riempire per gli islamici ma non per me e ci rilasciano tutti, nessuno di noi era lì per far saltare in aria gli Stati Uniti, eravamo tutti in vacanza.

"The best is yet to come": su tre bagagli due non compaiono sul nastro, smarriti. Al banco dell'Alitalia, per compilare il modulo di smarrimento bagagli c'è la fila, più di dieci passeggeri sul volo da Malpensa a Boston hanno perso almeno un bagaglio. Con un pezzo di carta al posto dei bagagli, con addosso una maglietta, un paio di pantaloncini, scarpe da ginnastica, boxer e uno zaino e null'altro in un clima freddo e ventoso, un taxi (che scopriremo in seguito aver fatto un giro lunghissimo al posto di un semplice tunnel per arrivare a Trinity Place) ci porta in albergo. A parte il fatto che la connessione wireless è fuori servizio sino al giorno seguente, alla reception sono gentili, una ragazza si scusa per i disguidi con la valigia, come se parlasse a nome di tutta Boston e di tutti gli Stati Uniti d'America. Le spiego che la colpa non è la loro, ma di Fiumicino che in questi giorni è in tilt. Si rassicura un po', ancora una volta gli americani hanno fatto più bella figura di noi.

Di peripezie ne sono successe tante altre in questo viaggio. Al numero di telefono lasciato dall'Alitalia per avere notizie dei bagagli risponde ancora oggi una segreteria telefonica che invita a lasciare un messaggio e un recapito telefonico per essere ricontattati. Credo che non esistano registrazioni al mondo con più parolacce, insulti e bestemmie di quella custodita negli uffici Alitalia. Uno dei bagagli, il mio, mi viene recapitato cinque giorni dopo a New York, il beauty case di Nicoletta è smarrito chissà dove, a seconda di chi risponda all'Alitalia questo può trovarsi a Boston o a Roma in attesa di essere spedito a casa. Altra nota di colore a New York: la stanza da noi prenotata tramite internet non risulta nel registro delle prenotazioni dell'albergo. Ma anche lì sono gentili, Antoniette Sinatra una italoamericana della reception, col suo italiano insicuro dal forte accento siciliano, risolve tutto. Si prodigherà anche per un problema, anche qui, con la connessione wireless, ma i tentativi di far capire all'uomo dell'assistenza tecnica che Windows Mobile che sta sul mio palmare è diverso da Windows XP risulteranno vani.

A parte un distributore di bevande che si spegnerà non appena avrò inserito un dollaro e un rubinetto saltato nella doccia di un Motel di Trevose, vicino Philadelphia, che allagherà tutto il bagno di acqua bollente (il gestore indiano, probabilmente un fachiro, riuscirà a fermare l'acqua e immergerà entrambe le braccia nell'acqua fumante per recuperare il rubinetto come se niente fosse), il "resto" del viaggio trascorre tranquillo. Le vicende tragicomiche alla Fantozzi non hanno influenzato la mia ammirazione per gli States, se mai mi hanno fatto riflettere: quando tutto va storto, quando ci sono difficoltà, bisogna rimboccarsi le maniche e andare sempre avanti. Ragionamento da perfetto americano.


PS: Le mie riflessioni americane sono state tante altre, le scriverò via via nei prossimi giorni. Ho deciso di scrivere un sintetico prologo, perchè di scrivere una edizione aggiornata de "La Democrazia in America" non credo sia nelle mie possibilità. Da ogni paese possiamo imparare qualcosa, chiunque può portare via qualcosa di buono e metterlo a frutto in casa propria, un po' come fecero Cristoforo Colombo e i suoi marinai meno di seicento anni fa. Io spero di riuscire a farlo e di tornare ad imparare altro da questa nazione, che rimane ancora una di quelle da cui imparare di più.

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permalink | inviato da marcopaolemili il 3/9/2007 alle 23:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
VIAGGI
4 agosto 2007
USA
Cari amici, parto.
Vado negli USA: Boston, New York, Philadelphia e Washington.
Un viaggio di piacere, non di studio, ma sono sicuro che tornerò con qualche riflessione da fare.
Ci si vede a fine Agost
o!

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permalink | inviato da marcopaolemili il 4/8/2007 alle 12:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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