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Blog personale e risorse per pazienti del Dott. Marco Paolemili
SCIENZA
6 settembre 2015
Ogni 3 secondi un caso di demenza nel Mondo. Oltre la metà sono di Alzheimer
In tutto sono 46,8 milioni le persone affette da una forma di demenza. In Italia ci sono 1.241.000 persone con demenza. L’Alzheimer rappresenta circa il 50-60% delle demenze complessive. Approfondimento


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SCIENZA
28 settembre 2014
Rapporto Mondiale sull'Alzheimer 2014: Esistono prove a favore della riduzione del rischio di demenza
Il rischio di demenza per le popolazione può essere modificato attraverso il controllo del fumo di tabacco, migliorando la prevenzione e attraverso l'individuazione e il controllo di ipertensione e diabete. Lo dice il Rapporto Mondiale sull'Alzheimer 2014.


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SCIENZA
20 dicembre 2013
Il numero di persone affette da demenza salirà a 135 milioni entro il 2050
Un nuovo rapporto dei ricercatori di Alzheimer Disease International disponibile qui in versione integrale, rivela che il numero di persone affette da demenza in tutto il mondo nel 2013 è stimato a 44 milioni. Raggiungerà i 76 milioni nel 2030 e i 135 milioni entro il 2050.

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SCIENZA
30 luglio 2013
Dimenticare se stessi. La continuità del Sé nei pazienti Alzheimer
Recensione del libro di Maria Quattropani ed Emanuela Coppola



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SCIENZA
3 ottobre 2011
Rapporto Alzheimer, sommersi 3 casi di demenza su 4
Bussano alla porta dello specialista quando è troppo tardi, quando la malattia ha già cominciato a cancellare le loro identità e la nebbia ormai affoga i ricordi. Malati di Alzheimer senza saperlo. Su 36 milioni stimati di persone con demenza nel mondo, 3 casi su 4 sono sommersi. Senza diagnosi e senza cure. E' il dato che emerge dal Rapporto mondiale Alzheimer 2011, presentato oggi a Milano, Londra e New York in vista della XVIII Giornata dedicata all'Alzheimer (21 settembre). Ma una diagnosi precoce, avvertono i ricercatori, potrebbe far risparmiare 10 mila dollari per malato. Questo racconta il rapporto dedicato quest'anno proprio ai 'Benefici di diagnosi e interventi tempestivi', diffuso in contemporanea da Alzheimer?s Disease International (Adi), Alzheimer's Association Usa e Federazione Alzheimer Italia.Secondo il dossier, nei Paesi ad alto reddito solo il 20-50% dei casi di demenza sono riconosciuti e documentati. Una situazione che si aggrava ancora di più se si guarda alle realtà dei Paesi a basso e medio reddito, dove la percentuale di diagnosi è del 10%. "Si arriva a una diagnosi di Alzheimer anche con 3 anni di ritardo - spiega Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione Alzheimer Italia - Spesso i sintomi non si riconoscono. Trattandosi nella maggior parte dei casi di anziani si attribuiscono i cali di memoria alla vecchiaia, oppure è il malato stesso a non voler uscire allo scoperto. E tutto questo si traduce in tempo perso per la cura della malattia". I trattamenti, prosegue Salvini Porro, "vanno cominciati il più presto possibile per salvaguardare la qualità di vita del malato". Interventi mirati, assicurano gli autori del rapporto, possono fare la differenza soprattutto nello stadio iniziale della malattia. Farmaci e interventi psicologici possono migliorare cognitività, indipendenza e qualità di vita delle persone con demenza allo stadio iniziale. Supporto e counselling ai familiari possono migliorare l'umore, ridurre lo stress e ritardare l'istituzionalizzazione dei pazienti. Ma la chiave è una: anticipare i tempi di riconoscimento della malattia. Sulla base di una revisione delle analisi economiche, nel rapporto si stima che la diagnosi tempestiva potrebbe far risparmiare fino a 10 mila dollari per malato nei Paesi ad alto reddito. "I governi, preoccupati per l'aumento dei costi delle cure a lungo termine della demenza, dovrebbero spendere ora per risparmiare più tardi, ma dubito che lo faranno - commenta Salvini Porro - In questo periodo si sono dimenticati dell'Alzheimer, ma nei prossimi anni dovranno affrontare una vera emergenza. Con i giovani che diminuiscono e i malati che aumentano, chi si occuperà di questi pazienti?". La malattia, relegata in basso alla lista di priorità dai governi alle prese con la crisi finanziaria, corre a un ritmo "preoccupante - osserva l'esperta - E' previsto quasi il raddoppio dei casi ogni 20 anni: 36 milioni di malati nel 2010 (di cui 7,3 in Europa), 65,7 milioni nel 2030, 115,4 milioni nel 2050. Sono queste le stime" contenute nel dossier curato da un gruppo di ricercatori guidati da Martin Prince dell'Istituto di Psichiatria del King's College di Londra. I ricercatori hanno revisionato nell'ultimo anno migliaia di studi scientifici sull'impatto di una diagnosi e di un trattamento precoci e hanno trovato l'evidenza di reali benefici per il malato e il familiare. Risultato: oggi la maggior parte delle diagnosi di demenza, spiegano, "viene effettuata con grave ritardo provocando un altrettanto grave ritardo nel trattamento". Secondo Prince, "per affrontare la demenza ogni Paese ha bisogno di una strategia nazionale che promuova una diagnosi tempestiva e un percorso di cura". In Italia, dove si contano un milione di persone con demenza di cui circa 600 mila con Alzheimer, "dovremmo seguire l'esempio di Paesi a noi vicini come la Francia, che ha varato un piano pluriennale da 1,6 miliardi", incalza Salvini Porro. La malattia costa tempo, soldi e fatica. E pesa soprattutto sulle famiglie dei pazienti. "Per un malato si parla di 60 mila euro circa fra costi diretti e indiretti", ricorda. Secondo il Rapporto mondiale Alzheimer 2010, i costi globali della demenza arrivano a 604 miliardi di dollari, cifra che rappresenta circa l'1% del Pil mondiale. In Italia sono attive circa 500 Unità di valutazione dell'Alzheimer e "la parte specialistica è adeguata - riflette Claudio Mariani, ordinario di neurologia all'università degli Studi di Milano - Ma è necessario lavorare sulla sensibilizzazione dei medici di famiglia che devono aiutarci a risparmiare tempo e a stanare i pazienti bisognosi di cure il più presto possibile. Oggi i malati arrivano dallo specialista già con i segni della demenza, ma il processo distruttivo della patologia comincia prima. E c'è una fase di pre-demenza in cui si possono riconoscere segni 'sottili' della malattia, con test molto sofisticati e precisi e con esami diagnostici". Sul fronte terapie, riferisce invece l'esperto, "i ricercatori sono a caccia di farmaci che agiscano sulle cause della patologia. C'è molta attesa per i nuovi farmaci, il vaccino che sarà sia terapeutico che preventivo e gli anticorpi monoclonali, che entrerà nella fase III di sperimentazione nel giro di un anni". Oggi sono disponibili anche trattamenti non farmacologici, come la cosiddetta 'stimolazione cognitiva' che, spiega Mariani, "può essere utile per rallentare la comparsa della demenza. Si tratta di tecniche raffinate che hanno un costo molto elevato, visto che sono praticate in pochi centri da personale super specializzato". Da Adnkronos salute

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18 dicembre 2010
Cosi' l'Alzheimer ruba la memoria
L'Alzheimer ruba la memoria di chi ne soffre con la complicità di una proteina che si chiama caspasi 3. E' lei che interrompe il dialogo fra i neuroni incaricati di gestire i ricordi. A smascherarla è uno studio tutto italiano pubblicato su 'Nature Neuroscience', condotto dagli scienziati Telethon guidati da Francesco Cecconi presso l'Irccs Fondazione Santa Lucia e l'università Tor Vergata di Roma. La ricerca, su modello animale, riguarda una rara forma ereditaria di Alzheimer. Ma i risultati ottenuti indicano una via percorribile anche per combattere la 'versione' più diffusa della malattia. E soprattutto per diagnosticarla, perché un giorno potrebbe bastare un dosaggio della proteina 'imputata' per riconoscere un paziente e trattarlo subito.Il team tricolore ha chiarito i dettagli molecolari alla base della mancata comunicazione fra le cellule nervose, un 'intoppo' che nel tempo porta alla perdita di memoria e al deterioramento mentale tipico dell'Alzheimer.

Il lavoro, spiega Telethon in una nota, "potrebbe avere importanti ricadute nella diagnosi precoce della malattia, tuttora molto difficile, ma anche nel disegno di possibili terapie".Ad oggi, ricorda la fondazione, non è ancora ben chiaro quali siano le cause della malattia di Alzheimer che colpisce, solo in Italia, circa mezzo milione di persone oltre i 60 anni di età. Esistono però delle rare forme ereditarie dovute a precisi difetti genetici che vengono trasmessi da una generazione all'altra, e che in genere si manifestano più precocemente rispetto alle forme sporadiche più diffuse. Pur avendo un'origine diversa, i meccanismi molecolari alla base del processo degenerativo del cervello sono comunque gli stessi. Ciò significa che studiare le forme genetiche ereditarie può rivelarsi molto utile anche per una comprensione più generale della malattia.

"Siamo partiti dall'osservazione che, con il progredire della malattia di Alzheimer, i neuroni perdono progressivamente il contatto tra di loro". Un collegamento "essenziale per la trasmissione dei segnali nervosi", sottolinea Marcello D'Amelio, primo autore dello studio, attualmente ricercatore dell'università Campus Bio-Medico di Roma. "A livello strutturale - precisa lo scienziato - questo si traduce nella perdita delle cosiddette 'spine dendritiche', prolungamenti del corpo della cellula nervosa che permettono il contatto, o sinapsi, con le altre cellule circostanti. Quello che non conoscevamo, però, erano i meccanismi molecolari alla base di questo fenomeno".I ricercatori Telethon si sono quindi concentrati su una particolare proteina, la caspasi 3, che risultava particolarmente attiva nella sinapsi al momento della comparsa dei primi deficit di memoria nel modello animale della malattia. "In questo studio - riassume Cecconi - dimostriamo che la caspasi 3 ha un ruolo determinante nella perdita delle spine sinaptiche da parte dei neuroni dell'ippocampo, una regione del cervello fondamentale per la memoria. E lo conferma il fatto che, trattati con un farmaco in grado di inibire l'azione della proteina, i topi affetti dalla malattia mostrano un miglioramento comportamentale molto significativo". Questo risultato, assicura Telethon, apre prospettive interessanti innanzitutto dal punto di vista della diagnosi che, al momento, avviene quando la malattia è in fase conclamata perché non esistono indicatori precoci che possano fare da 'spie' per i medici. "Lo dice anche l'Organizzazione mondiale della sanità", evidenzia Cecconi: "Per le malattie neurodegenerative è molto importante fare una diagnosi il più presto possibile, meglio ancora prima della comparsa dei sintomi, perché in questo modo si possono mettere in atto diverse strategie che possono ritardarne la progressione: dieta, attività fisica, terapie comportamentali e farmacologiche. Disporre quindi di test che permettano, per esempio attraverso il dosaggio di una proteina in campioni prelevati dai pazienti, di diagnosticare precocemente e con una certa specificità malattie come l'Alzheimer potrebbe cambiare la storia di questa patologia".

Ma non è tutto: lo studio potrebbe anche suggerire nuovi bersagli terapeutici, per replicare nell'uomo quanto osservato nel modello animale. "In questo senso la strada è ancora lunga - puntualizza Virve Cavallucci, coautrice della ricerca - ma quello che abbiamo scoperto studiando questa rara forma ereditaria della malattia potrebbe ragionevolmente applicarsi anche a quelle più diffuse".

Da Adnkronos salute


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Benvenuti nel blog del Dott. Marco Paolemili, Psichiatra e Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale, Presidente di Mens Sana Onlus

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